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A Bibbiena, dove la fotografia incontra il sacro

Ferdinando Scianna

Ci sono luoghi che sembrano destinati a custodire la fotografia. Bibbiena è uno di questi. Non soltanto perché ospita il CIFA, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore, o perché rappresenta da decenni uno dei punti di riferimento della FIAF, ma perché qui la fotografia è diventata parte dell’identità stessa del territorio.

Il 12 giugno si è inaugurata la terza edizione del Festival della Fotografia Italiana, una manifestazione che anno dopo anno sta consolidando la propria ambizione: diventare il principale appuntamento nazionale dedicato esclusivamente alla fotografia italiana. Per quasi tre mesi, fino al 6 settembre, Bibbiena, Poppi, Pratovecchio e Stia si trasformano in un grande spazio espositivo diffuso, con oltre trenta mostre, incontri, letture portfolio e occasioni di confronto tra autori, critici e pubblico.

Il tema scelto per il 2026 è Riti e Visioni. Tra spirituale e materiale, una riflessione che si inserisce nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi e che invita a interrogarsi sul rapporto tra il visibile e l’invisibile, tra la materia e la ricerca di senso.

La mostra centrale, allestita negli spazi del CIFA e curata da Denis Curti, porta un titolo evocativo: Corpo a Corpo. Visioni a confronto sul sacro. Non si tratta di una mostra sul sacro in senso tradizionale. Al contrario, il percorso espositivo prova a rispondere a una domanda complessa e profondamente contemporanea: come rappresentare fotograficamente ciò che sfugge allo sguardo? Come dare forma visiva all’esperienza spirituale, alla memoria, alla fede, al rito, alla trascendenza? Per affrontare questa sfida, ventuno autori sono stati messi in dialogo attraverso confronti tematici che attraversano linguaggi, generazioni e sensibilità differenti.

Camminando tra le sale, ho avuto la sensazione che il Festival non volesse fornire risposte definitive. Piuttosto, sembrava proporre domande. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla loro continua produzione e consumazione, il richiamo al rito assume quasi un valore controcorrente. Il rito richiede tempo, attenzione, partecipazione. Anche la fotografia, quando diventa ricerca e non semplice consumo visivo, richiede lo stesso atteggiamento.

È forse questa la forza più interessante del Festival: non limitarsi a esporre fotografie, ma costruire un contesto culturale nel quale le immagini possano dialogare tra loro e con il territorio che le ospita. Il Casentino, con i suoi paesaggi, i suoi monasteri, le sue foreste e la sua storia spirituale, non è un semplice sfondo. Diventa parte integrante del racconto.

L’inaugurazione ha richiamato fotografi, appassionati, operatori culturali e molti giovani autori. Particolarmente significativa è la scelta di dedicare spazio alle nuove generazioni attraverso le call e i progetti espositivi che permettono a fotografi emergenti di confrontarsi con un pubblico ampio e qualificato. Una scelta coerente con la missione della FIAF, che da sempre affianca alla conservazione della memoria fotografica la promozione di nuovi sguardi.

Dietro le quinte