Incontro con Marco Colombo, fotografo naturalista

© Marco Colombo - Il cobalto dei fiumi

© Marco Colombo - Il cobalto dei fiumi

Marco Colombo è un naturalista, fotografo e divulgatore scientifico. Relatore di conferenze e docente di fotografia naturalistica. Ha pubblicato libri e vinto numerosi concorsi internazionali, inclusi Wildlife Photographer of the Year.

Ciao Marco, nella tua biografia racconti del tuo precoce interesse per la natura, “cercare bisce, ragni, insetti di ogni genere, toccare cortecce, pedinare cinghiali e volpi, scrutare il Mare ed i suoi variopinti abitanti”. Ma come e perché hai deciso di diventare fotografo naturalista.

Ciao Enzo, come hai scritto giustamente tu, fin da piccolo amo gli animali di ogni tipo, ed ho avuto la fortuna di poter passare molto tempo nei boschi o in acqua anche attorno a casa per poterli osservare. Inizialmente mi concentravo soprattutto sugli animali più piccoli, come ragni, scorpioni, insetti, serpenti, poi crescendo ho avuto la possibilità di incontrare sempre più anche quelli grandi come i mammiferi. Lungo questo percorso esperienziale all’inizio avevo un taccuino su cui annotavo ogni incontro con data, ora, luogo, habitat, e un disegno della specie; all’età di 11 anni ho cominciato anche a fotografare e la macchina fotografica di mio papà ha sostituito la matita e il foglio di carta, per riportare a casa un ricordo degli incontri. Col passare del tempo mi sono reso conto di come questo mezzo espressivo fosse importante per avvicinare le persone alla natura, e diventare fotografo professionista è stato solo una naturale conseguenza.

Quale è stato il tuo primo lavoro fotografico ad essere stato pubblicato?

Inizialmente pubblicavo le mie foto su riviste molto di nicchia, ed erano principalmente immagini documentative di animali e dei loro comportamenti, corredate da testi scientifici: ricordo un pezzo sul cervo volante, ad esempio, del 2003. Se si parla però di pubblicazioni a livello di stile e tecnica fotografica, si passa al 2005 con Fotocult e Nat’Images in Francia. Però a quell’età (17 anni) non ero ancora ufficialmente un professionista, seppur dedicassi tutto il mio tempo libero a questo.

Ti sei laureato presso l'Università degli Studi di Milano in Scienze Naturali con una tesi triennale sull'attività notturna della vipera comune (Vipera aspis), ed hai una laurea magistrale sull'uso dell'habitat nella lucertola muraiola (Podarcis muralis). Raccontaci come gli studi hanno contribuito al tuo lavoro come fotografo.

I miei studi mi hanno permesso di avere una forma mentis importante per lo studio degli animali, più che per la fotografia. Ma si sa che per fotografare gli animali è molto importante essere adattabili, sempre sul pezzo, quasi dei detective, perché ogni specie e addirittura certi individui e situazioni richiedono una forte interpretazione degli indizi a propria disposizione per poter realizzare le immagini che si ricercano. Dal punto di vista fotografico, mio padre mi ha insegnato le basi (tempo, diaframma, etc.), poi dice sempre che “le hai imparate e le hai dimenticate”! In effetti ho imparato le regole per poi andare spesso alla ricerca delle eccezioni per trasgredirle; in questo sono autodidatta, seppur abbia rotto le scatole a decine di fotografi naturalisti molto più bravi di me per avere consigli, dritte per migliorare il mio lavoro. Quasi tutti sono sempre stati molto disponibili a uno scambio di mail, una telefonata o addirittura un’escursione insieme; alcuni sono diventati miei amici. Credo che non rispondere a un messaggio di chi ti chiede un consiglio sia un pessimo modo di comportarsi, e per questo io tutt’ora rispondo sempre a tutte/i quando mi viene chiesto un consiglio su attrezzature, identificazione di specie o tecniche.

Parlaci del tuo metodo/stile fotografico e dei lavori che ricordi e a cui sei più affezionato.

All’interno delle varie tipologie di fotografia naturalistica sono di “bocca buona”: mi piace fotografare un po’ di tutto. Pratico meno la fotografia di paesaggio, che trovo difficile per il mio modo di guardare il mondo, ma a seconda dei periodi e dei lavori faccio molta fotografia macro e ravvicinata (ad animali piccoli, con sfondi sfuocati, etc.) e macro ambientata (ad animali piccoli ma con paesaggio di sfondo ben leggibile), fotografia in appostamento per uccelli e mammiferi, e fotografia subacquea sia in mare che nelle acque dolci. Un lavoro che ho fatto per cinque anni su fiumi e laghi in Italia, in particolare, è stato tra i più complicati e difficili in assoluto: si tratta di ambienti difficili, torbidi, con corrente, ma ricchi di vita, dai granchi ai tritoni, dai pesci alle meduse.

Quali sono i tuoi maestri.

Ho tantissimi libri fotografici, di natura e non, che amo leggere, sfogliare, e da cui ispirarmi anche in maniera trasversale. Bruno Manunza è un amico diventato subito disponibile ormai tanti anni fa, quando abbiamo cominciato a girare per la Sardegna alla ricerca di meravigliose orchidee spontanee, e da lui ho imparato un sacco di tecniche diverse; tra gli altri fotografi non posso non menzionare Laurent Ballesta, Sandra Bartocha, Emanuele Biggi, Bruno D’Amicis, Matteo Di Nicola, Pietro Formis, Antonio Macioce, Ugo Mellone, Vincent Munier, Alex Mustard, Paul Nicklen, Francesco Tomasinelli e Stefano Unterthiner… ma la lista sarebbe davvero lunghissima, essendo variegati gli stili e gli scatti indimenticabili che ci regalano i fotografi di natura.

La fotografia naturalistica è esclusivamente a colori? Sono state sviluppate tecniche e metodi innovativi?

In realtà esistono autori, come Christian Vizl, che fotografano la natura quasi esclusivamente in bianco e nero. Ovviamente bisogna studiare bene scene e luci per ottenere immagini forti, che non siano una banale “conversione” ma che abbiano un loro linguaggio specifico, come è giusto che sia. Ci sono tantissime tecniche di ripresa specifiche, come il fototrappolaggio (macchine collegate a sensori di movimento, lasciate in punti di passaggio per ritrarre animali elusivi), ed altre che sono ereditate e sovrapponibili a quelle di altri generi, come ad esempio le esposizioni multiple per ottenere effetti creativi, soprattutto nei ritratti di certe specie.

Che attrezzatura utilizzi?

Utilizzo le mie attrezzature finché non si distruggono, non rincorro i nuovi modelli in continuazione, quando devo cambiare qualcosa prendo il corrispettivo migliore in quel momento sul mercato e poi continuo per anni, finché davvero non si rompe o non ho necessità particolari. Per tantissimi anni ho scattato a pellicola, con tutte le difficoltà che ottiche senza autofocus e diapositive comportavano, anche quando già il digitale era diffuso: ho cambiato sistema nel 2009, e non me ne pento ovviamente! Attualmente scatto con due corpi macchina (Nikon D850 e D500) rispettivamente fuori dall’acqua e sott’acqua; per la macro, mi affido alle lenti Laowa, che sono davvero performanti e senza eguali sul mercato del settore, abbinate a flash wireless; per gli appostamenti, cavalletto Gitzo e teleobiettivo 150-600 mm Sigma Sport, perché mi trovo meglio con gli zoom dal punto di vista delle scelte di composizione rispetto alle ottiche fisse, con tutto ciò che comporta ovviamente. Ho anche una serie di ottiche grandangolari per le foto più “fotogiornalistiche” di conservazione, e fisheye per la macro ambientata. In immersione metto la reflex in custodia Isotta, con diversi oblò dedicati e due flash Inon.

Sei consulente scientifico della trasmissione TV Geo su RAI3. Quali esperienze fotografiche ci puoi raccontare in questo contesto.

Partecipare regolarmente in studio a GEO, che seguo fin da piccolo, è per motivo di grande piacere, perché mi è possibile parlare a un pubblico ancora più ampio dei temi che mi stanno a cuore. Non è facile che in TV si possa parlare di specie che non siano solo le solite famose (leoni, tigri, gatti selvatici, etc.), e in questo la redazione ha veramente una marcia in più. Le mie fotografie di animali minacciati, rari o poco conosciuti quindi hanno una ulteriore possibilità di raggiungere le persone, parlando dei problemi di conservazione collegati.

Quando affronti un progetto ti muovi da solo o hai un piccolo staff?

In quasi tutti i progetti a cui ho lavorato, fino a tempi recenti, mi sono sempre mosso da solo. Ovviamente ciò non significa che io non avessi una rete di conoscenze che mi dessero qualche dritta ogni tanto sui soggetti, ma semplicemente che tutto il lavoro era pensato, ideato, e realizzato da me. Non ho possibilità di avere e retribuire uno staff, nonostante spessissimo riceva richieste per il supporto di tesi, o per stage ed altro.

Cosa ti piace di più del lavoro da fotografo? E i workshop?

Il mio lavoro è un collage di tante cose: progetti a lungo termine per la realizzazione di libri; mostre fotografiche; articoli per le riviste; visite guidate a mostre, ma anche in natura nelle Aree Protette più clamorosamente belle; consulenze radio e TV; docenza nel Master di comunicazione della Fauna all’Università dell’Insubria; corsi di biologia (online, on demand, ma anche sul campo) su una grande varietà di specie, dal lupo all’orso, dai cetacei agli squali, dagli insetti agli invertebrati marini; immersioni come istruttore; corsi di fotografia di ogni livello, inclusi workshop sul campo. La parte che prediligo sono i libri, perché è una soddisfazione poter portare nelle case delle persone un oggetto ricercato in ogni dettaglio, che abbia una storia, un messaggio, e un’identità estetica; d’altro canto amo moltissimo interfacciarmi con le persone dal vivo, ed i workshop in questo sono belli, perché vedi l’esaltazione negli occhi di chi non ha mai visto prima un cervo, l’emozione silenziosa di chi nel binocolo scruta un lupo, o l’entusiasmo di chi si sdraia a terra per inquadrare una mantide religiosa. Le esperienze del “toccare con mano” (assolutamente metaforico) sono quelle che cambiano di più, in positivo, l’attitudine delle persone nei confronti della conservazione della natura.

Le tue foto hanno vinto o ricevuto menzioni speciali in diversi concorsi internazionali, come Asferico, GDT European Wildlife Photographer of the Year, Festival Mondial de l'Image Sous-Marine e soprattutto Wildlife Photographer of the Year nel quale sei stato tre volte vincitore di categoria (2011-2016-2018). A quale premio sei più legato e perchè?

I concorsi, in particolare quelli più importanti, sono una bella vetrina per i propri soggetti, messaggi e lavori, ma quando partecipo e non vinco (cioè spesso!) non mi affliggo né cruccio. È solo un piccolo investimento, una quota di iscrizione che se va bene ti porta un ritorno su diversi livelli, sennò sarà per l’anno successivo. Ricordo con affetto il panning del coleottero Calosoma che vinse un concorso nel 2009, anche perché quel coleottero aveva il nome del mio sito web (www.calosoma.it)

Parlaci dell’attività editoriale. Difficoltà e strategie per pubblicare un libro fotografico.

Realizzare un libro fotografico di natura in Italia oggi non è facile, richiede grande pianificazione, un’ampia rete di contatti e la capacità di individuare il tema ideale. Io di solito parto da quest’ultimo, e tendo a realizzare progetti su temi di cui non esiste niente in italiano o quasi, per occupare una nicchia libera. Il soggetto deve avere un qualche tipo di appeal (estetico, comportamentale, aneddotico, etc.) per il pubblico, non intendo che debba per forza essere un mammifero, anzi, ma che deve essere la chiave di una porta più ampia che il lettore può aprire ed esplorare. Se la chiave è troppo specifica e indecifrabile, non potrà mai destare interesse in un pubblico generico, e la porta rimarrà inevitabilmente chiusa, senza portare messaggi di conservazione. I progetti a cui ho lavorato sono sempre stati supportati da Aree Protette, ma anche da marchi come EIZO (famosa per i monitor utilissimi anche per i fotografi), e sono durati diversi anni ciascuno. A priori stendo un canovaccio degli argomenti che tratterò e delle fotografie che mi serviranno – poi vado sul campo, e con lo studio cerco di ottenere le inquadrature necessarie alla narrazione. Non sempre riesco, ma quando succede tutti i tasselli tornano al loro posto e sono contento.

Il tuo ultimo libro si intitola “Il bosco delle maschere – la vita segreta del tasso”.

Si tratta di un progetto durato 5 anni, per mostrare la vita nascosta del tasso: un mammifero non piccolo (arriva a oltre 30 kg), comune, ma prettamente notturno e poco conosciuto dal pubblico. Con quella mascherina bianca e nera era secondo me il soggetto perfetto per una storia! Ritrarlo di giorno, in appostamento e senza fototrappole, è stato molto duro: oltre 400 ore di attesa, 71mila ore di monitoraggio video, ma alla fine sono riuscito ad ottenere abbastanza immagini per la realizzazione del volume, edito da Pubblinova Negri Edizioni con il supporto del Parco Pineta di Appiano Gentile e Tradate (VA). A distanza di un anno esatto dalla pubblicazione il libro è quasi esaurito, chi lo volesse può contattare l’editore per sapere se ci sia qualche copia avanzata in una libreria vicino a casa propria. 

Cosa consiglieresti ad un giovane fotografo che volesse intraprendere la tua professione.

Il lavoro del fotografo come lo si immagina di solito (qualcuno ti spedisce pagato a fotografare cose fighe) non esiste quasi più: il mio consiglio è di essere curiosi, appassionati, flessibili, e dedicarsi a più attività diverse e collaterali alla fotografia e alla natura. Inoltre scrivete, come feci io ai tempi, a chi ritenete essere di esempio: magari vi darà qualche consiglio ulteriore.

Guardiamo al futuro. Quali sono i tuoi programmi.

Attualmente ho in programma diversi workshop di fotografia e conoscenza della natura: escursioni nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, Parco Nazionale d’Abruzzo, Valsesia, Appennino modenese, whale watching… da gennaio in poi ci saranno molte date, gli/le interessati/e possono scrivermi per avere i pdf con tutte le informazioni di costi e logistica. Gli appassionati di natura potranno anche seguire i miei corsi online on demand direttamente dal divano, nei giorni e orari che vorranno. Dal canto mio sto lavorando a molti progetti in contemporanea, inclusi diversi nuovi libri che vedranno la luce a partire dall’anno prossimo. Incrociamo le dita!

Marco Colombo

Marco Colombo

Naturalista, fotografo e divulgatore scientifico Nato nel 1988, si interessa, da quando i suoi sensi glielo permettono, di natura. Muove i primi passi nell'ambito della fotografia naturalistica nel 1999, e fotografa per molti anni su diapositiva, per poi convertirsi, tardivamente, al digitale. Guida Ambientale AIGAE ed istruttore di immersione subacquea, è laureato presso l'Università degli Studi di Milano in Scienze Naturali con due tesi di erpetologia. Sue foto, articoli scientifici e divulgativi sono stati pubblicati sulle principali riviste internazionali del settore, tra le quali si citano National Geographic (Italia), BBC Wildlife Magazine, Nat’Images, Unterwasser, Ocean Geographic, Naturfoto ed EZDIVE; in Italia è collaboratore regolare di Focus Wild. Ha scoperto una nuova specie di ragno in Sardegna. Relatore in centinaia di conferenze, è anche docente in corsi e workshop di fotografia naturalistica. Le sue foto sono state esposte in tutta Europa e proiettate anche su monumenti come la Mole Antonelliana. Tra i suoi libri si ricordano «Paludi e squame – rettili e anfibi d’Italia» (2014), «I tesori del fiume» (2016), «Paesaggi bestiali» (2019) e «Il bosco delle maschere – la vita segreta del tasso» (2021). Numerose sue foto hanno vinto o ricevuto menzioni speciali in concorsi internazionali, inclusi Wildlife Photographer of the Year (tre volte vincitore di categoria), Festival Mondial de l’Image Sous-Marine, Asferico, GDT European Wildlife Photographer of the Year. Attualmente è consulente scientifico del programma GEO di Rai3 di cui è regolarmente ospite, e porta avanti lavori di educazione ambientale nelle scuole. Docente nel Master “Comunicazione della fauna e human dimension - Professionisti nella comunicazione della natura e del paesaggio” di Università degli Studi dell'Insubria, MUSE - Museo delle Scienze, Fondazione Edmund Mach ed Istituto Oikos Onlus, è spesso ospite di trasmissioni radiofoniche in qualità di divulgatore. Ritiene che curiosità e passione, oltre al dovuto rispetto per gli ambienti naturali, siano il motore che debba muovere ogni umano; suo malgrado constata spesso come la legge di Murphy si applichi a pennello alle attività di fotografia naturalistica… Una selezione di suoi scatti è visionabile al sito www.calosoma.it

foto by P. Formis