Visitare la 61ª Biennale Arte di Venezia significa, ogni volta, attraversare immagini, idee e ossessioni che restituiscono il termometro culturale del nostro tempo. Ma quest’anno, più che in altre edizioni, ho avuto la sensazione che la fotografia — o meglio l’immagine fotografica, nelle sue infinite trasformazioni — abbia uno spazio rilevante. Non solo come linguaggio autonomo, ma come traccia, archivio, reliquia, documento emotivo, dispositivo di memoria.
Camminando tra Giardini e Arsenale, mi sono soffermato su alcuni progetti che utilizzano la fotografia in modi diversi tra loro, ma accomunati da una riflessione profonda sul rapporto tra memoria e identità, tra storia individuale e storia collettiva.
Il primo incontro significativo è stato quello con il Padiglione della Spagna, dove Oriol Vilanova presenta Los restos. Entrare nel padiglione significa immergersi in un museo parallelo costruito sull’accumulo compulsivo di cartoline trovate nei mercatini e nei negozi dell’usato nel corso di oltre vent’anni. La fotografia qui perde completamente la sua aura originaria: non è più immagine celebrativa, non è documento turistico, non è nemmeno ricordo personale. Diventa residuo.
Le migliaia di cartoline che ricoprono lo spazio espositivo formano una sorta di murale continuo, privo di gerarchie e di un vero centro narrativo. Ciò che colpisce non è la singola immagine, ma la vertigine dell’insieme. Mi ha colpito soprattutto questa idea della fotografia come oggetto sopravvissuto. Non immagine iconica, ma frammento. Testimone fragile di qualcosa che il tempo ha quasi cancellato.
Se nel padiglione spagnolo la fotografia appare come un resto intimo e quotidiano, nel Padiglione della Serbia la memoria assume invece una dimensione storica e collettiva. Con Through Golgotha to Resurrection, Predrag Đjaković utilizza fotografie d’archivio e documenti come tracce sopravvissute alle fratture del Novecento europeo. Anche qui l’immagine fotografica è qualcosa che resiste al tempo, ma il tono cambia radicalmente: non più la malinconia silenziosa delle cartoline anonime raccolte da Vilanova, bensì il peso traumatico della guerra, delle migrazioni e dello sradicamento.
L’installazione è monumentale: oltre cento valigie d’epoca si accumulano nello spazio come simboli di migrazioni forzate, fughe e sradicamenti. Sulla lunga parete principale scorrono fotografie d’archivio e documenti che attraversano il Novecento europeo tra guerre, deportazioni e dissoluzione dei sistemi politici e morali.
È un lavoro che non lascia spazio alla contemplazione estetica. La loro forza deriva proprio dalla loro natura documentaria, dalla loro resistenza materiale al tempo.
Mi ha colpito il modo in cui Đjaković costruisce un parallelismo tra il Golgota biblico e il collasso contemporaneo dei valori europei. La resurrezione evocata nel titolo non appare come una certezza, ma come un’ipotesi fragile, quasi irraggiungibile. E in questo scenario la fotografia assume il ruolo di ultima prova dell’esistenza delle cose, ultimo argine contro la cancellazione.
All’Arsenale ho infine incontrato il lavoro di Sandra Knecht, Home Is a Foreign Place, una delle installazioni più stratificate e sensibili della Biennale. Knecht costruisce un ambiente in cui fotografia, scultura, oggetti trovati e materiali organici convivono in equilibrio precario, dando forma a una riflessione sul concetto di “casa” e di appartenenza.
Le fotografie della serie Tschinns sono probabilmente la parte più intensa del progetto. Utilizzando il proprio corpo in performance enigmatiche e rituali, l’artista mette in relazione folklore alpino, memoria personale e identità queer. Le immagini hanno qualcosa di sospeso e perturbante: sembrano provenire da un tempo indefinito, a metà tra documento antropologico e visione onirica.
In un’epoca in cui il termine “identità” viene spesso ridotto a slogan o semplificazione ideologica, Knecht riesce invece a restituirne tutta la complessità fisica, emotiva e politica. La fotografia diventa qui uno spazio di trasformazione continua, un territorio ambiguo in cui convivono vulnerabilità e resistenza.
Uscendo dalla Biennale ho avuto la sensazione che la fotografia contemporanea stia vivendo una fase estremamente interessante proprio perché ha smesso di interrogarsi sulla propria purezza disciplinare. Non esiste più un confine netto tra fotografia, archivio, installazione, performance e oggetto.
Le immagini che porto con me da Venezia non sono necessariamente le più belle o le più spettacolari. Sono quelle che continuano a lavorare nella memoria. Quelle che si comportano come resti, proprio come suggerisce Vilanova: frammenti apparentemente marginali che, col tempo, diventano essenziali per comprendere chi siamo stati e chi stiamo diventando.

