Ciao Gianluca, ci siamo conosciuti a Lodi durante il Festival della Fotografia Etica nel 2022 dove presentavi il progetto Amina, la donna che insegna a volare. Ci racconti quando hai cominciato ad occuparti di fotografia e perché?
In realtà io nasco come videomaker. Fin da bambino mi divertivo ad utilizzare la videocamera di mio padre raccontando ciò che accadeva nel paese natio. All’università ho studiato cinematografia e, dopo la laurea, mi sono trasferito a Roma dove ho cominciato a produrre video per la RAI e alcune multinazionali. Successivamente sono approdato alla fotografia di reportage perché mi interessa l’antropologia prima di tutto. La maggior parte dei miei lavori sono progetti a lungo termine.
Come sei passato dal videomaking alla fotografia di reportage?
La fotografia di reportage mi ha dato la possibilità di approfondire tematiche sociali e culturali in modo più intimo. Con il video si racconta in maniera più dinamica, mentre con la fotografia ho potuto concentrarmi su singoli momenti, cogliendo espressioni e dettagli che spesso sfuggono nel movimento.
Uno di questi progetti è appunto "Amina, la donna che insegna a volare". Raccontaci come è nato.
Ho iniziato il progetto nel 2014 dopo aver notato che in metropolitana una donna col velo veniva guardata con diffidenza. Volevo approfondire la tematica islamica a Milano e capire come vivevano queste persone spesso emarginate proprio per la loro fede. Ho contattato Benaissa Baunegab, membro della comunità islamica di Quarto Oggiaro, che aiuta gli emarginati indipendentemente dalla loro fede. Ho frequentato la moschea per mesi prima di scattare una foto, per capire il loro mondo e guadagnarmi la loro fiducia.
Come hai conosciuto Amina e cosa ti ha colpito di lei?
In genere, nelle moschee c'è un luogo, una stanza dove pregano solo le donne in maniera tale che possano concentrarsi senza sentirsi osservate. In una moschea ho incontrato Amina, un’italo-palestinese che pregava con le sorelle insieme agli uomini. Le era stato concesso questa possibilità. Ho deciso allora di raccontare la sua storia e quella dell'associazione Progetto AISHA da lei fondata insieme ad altre sorelle. Associazione nata per aiutare tutte le donne vittime di violenza, non solo fisica ma anche quella verbale, economica, psicologica. Per mesi ho frequentato la casa di Amina accettato come uno di famiglia e sono entrato nelle case di tante altre persone vittime di violenza. Il progetto non finisce qui, prossimamente c'è in programma di andare in Palestina a Betlemme con Amina e suo marito ad incontrare dei parenti che si trovano in difficoltà.
Un altro tuo progetto di grande impatto è La Morte dei Patriarchi, legato alla diffusione della Xylella. Perché hai scelto questo tema?
La Xylella è un batterio che rimane in bocca all’insetto vettore quando mangia e volando di albero in albero, contagia tutta la piantagione. Il lavoro sulla Xylella è iniziato nel 2016 quando trovandomi in Puglia per le vacanze estive, mi sono accorto che nella campagna intorno alla casa al mare, stavano iniziando a morire alberi di ulivi secolari. Ho deciso di approfondire andando direttamente nei campi a parlare con i vecchi contadini, i quali mi hanno raccontato che nella loro vita non avevano mai visto un fatto del genere. Avevano sottovalutato il problema vedendo i loro alberi ancora verdi, pensando di essere lontani dal luogo di contagio.
Com'è stato il percorso di documentazione per questo progetto?
Sono così andato a Taviano nel leccese, dove è emerso per la prima volta questo problema. Guardando il territorio mi sono reso conto che quella che prima era una bellissima distesa verde, ora sembrava un cimitero con tutti gli alberi secchi e spogli. Qui ho incontrato Donato Boscia, ricercatore del CNR di Bari, responsabile della parte fitosanitaria che, con molta disponibilità, mi ha accolto nel centro di ricerca per cinque giorni durante i quali ho documentato tutte le varie fasi del lavoro. Ho mostrato il progetto alla redazione del National Geographic che da subito ha apprezzato facendomi affiancare da un giornalista con il quale sono ritornato in Puglia per fotografare alcune tematiche da aggiungere. Il National Geographic ha dedicato ben 20 pagine del numero di aprile 2022 a questo progetto che continua ad essere un work in progress, infatti sono ritornato in Puglia per sette anni di seguito, anche due o tre volte all’anno per documentare la parte scientifica, economica, culturale, politica e sociale. Molte foto sono state utilizzate dal CNR durante i convegni tenuti in Italia e in Francia a Parigi. La soddisfazione più grande, oltre a vedere il tuo lavoro pubblicato, è rendersi conto che quello che fai è utile alla società.
Parliamo ora del tuo progetto sui Gauchos argentini. Cosa ti ha spinto a documentare questa realtà?
Nei primi anni cinquanta, tutta la famiglia di mio nonno paterno si trasferì in Argentina, tranne mia nonna, che rimase in Italia perché incinta di mio padre. Lui non ha mai conosciuto i suoi familiari e con il passare degli anni, forse inconsapevolmente, mi ha trasmesso il desidero di andare in Argentina. Nel 2017 ho deciso di intraprendere questo viaggio e documentare l'Argentina partendo dal basso, dalla vita reale. Purtroppo arrivato sul posto, tutti i contatti che avevo preso sono saltati, ma non mi sono lasciato prendere dallo sconforto. Mi sono recato a Villa Matader dove sapevo di trovare i gauchos, mandriani allevatori di bovini. L'Argentina è famosa nel mondo per la sua carne bovina ed è quello che volevo documentare. Ho fatto amicizia con un gaucho che mi ha preso in simpatia. Gli ho parlato del progetto e gli ho chiesto se potevo fotografarlo, ne è stato ben felice al punto di ospitarmi a casa sua per una settimana. Grazie a lui ho avuto la possibilità di fotografare l'intero ciclo del lavoro dei mandriani, dall'allevamento degli animali allo stato brado, alla vendita all'asta del bestiame e persino all'interno del mattatoio dove di solito è proibito.
Un altro progetto interessante è Sulla via di Damasco, che parla della coltivazione della cannabis. Come mai hai scelto questo argomento?
Nel 2016 è entrata in vigore una legge che permette di coltivare in proprio la canapa con un valore di THC inferiore allo 0,2. La canapa è una pianta che è diventata un tabù e quindi mi sono chiesto: Ma come si fa a demonizzare la natura? Casomai si demonizza l'uso che se ne fa. Difatti, con la canapa si può fare di tutto, compreso aiutare le persone in difficoltà, morbo di Parkinson, terapie post interventi, in oncologia. In questo progetto racconto la storia parallela di due ragazzi. Il primo è un dottore specializzato in oncologia che ha deciso di occuparsi delle persone in modo più diretto, infatti si è dimesso dall’incarico in ospedale diventando medico di famiglia per poter emettere ricette. Durante il periodo del covid ha comprato una roulotte girando nei paesini d’Italia a consegnare direttamente ai pazienti le prescrizioni di medicinali ricavati dalla canapa utili a migliorare la vita delle persone. Il secondo è figlio di un carabiniere che lascia il lavoro nell’aeronautica per dedicarsi alla coltivazione della canapa. Compra dei terreni nella bergamasca, impianta delle serre e produce cannabis con l’aiuto di dipendenti.
Giorgio è un progetto molto personale per te. Come hai conosciuto la sua storia?
Ho conosciuto Giorgio nel 2014. Sua madre, Monica Lodato, si è accorta dopo sei mesi dalla nascita del figlio che c’era qualcosa che non andava. Ha così scoperto che Giorgio era affetto da una malattia grave che blocca il cervello mentre il corpo continua a crescere. Monica ha dovuto lasciare il lavoro perché Giorgio aveva bisogno di un rapporto one-to-one poiché, anche avendo 15 anni, era come un bambino, bisognoso delle cose più elementari come andare in bagno. Oggi Monica è Presidente di Casa Filippide Lombardia, un’associazione che accoglie bambini portatori di disabilità grazie ai finanziamenti. Giorgio vive in questa struttura in un appartamento insieme ad altri due ragazzi con i quali è cresciuto accompagnati da tutor specializzati. Giorgio mi ha cambiato la vita, ormai sono 10 anni che lo seguo documentando la sua vita. Giorgio è come un nipotino, appena posso, ritorno a fotografarlo.
Per concludere, ti faccio la classica domanda che rivolgo agli Autori ospiti: quanto è importante oggi frequentare un Circolo Fotografico?
Ritengo che i Circoli Fotografici siano ancora oggi di fondamentale importanza. Io stesso ho mosso i primi passi nella fotografia grazie a un circolo, e se penso a tutto ciò che queste realtà possono offrire alla comunità, non riesco a immaginare la fotografia senza di essi. I Circoli Fotografici svolgono diverse attività: organizzano incontri di libera visione e uscite fotografiche, favorendo lo scambio di idee e l'apprendimento del linguaggio visivo; collaborano attivamente con gli uffici culturali locali documentando eventi e partecipando a mostre; promuovono incontri con autori professionisti, corsi di fotografia, workshop e letture portfolio. Inoltre, supportano la partecipazione a mostre e iniziative culturali e custodiscono un prezioso archivio fotografico del territorio in cui operano. È difficile pensare alla fotografia senza tutto questo.

