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Maurizio Galimberti: visioni istantanee tra avanguardia e memoria

© Maurizio Galimberti, George Clooney

© Maurizio Galimberti, George Clooney

Maurizio Galimberti non è solo il “re della Polaroid”. È un artista che ha saputo trasformare un linguaggio tecnico in una visione poetica, facendo della casualità un atto di fede e della memoria un punto di partenza. La sua è una storia di lavoro ostinato, cultura vissuta, incontri memorabili e scelte anticonvenzionali che lo hanno reso una figura unica nel panorama della fotografia contemporanea.

Per Galimberti “la differenza la fa il lavoro”. Fin dagli esordi ha costruito la propria visione con dedizione e curiosità, studiando e rielaborando ciò che aveva osservato negli altri linguaggi visivi: il cinema, la pittura, la scultura, la letteratura. “Ogni volta che tornavo a fotografare dopo aver osservato, sentivo di avere occhi più chiari”, racconta. Tra le sue fonti d’ispirazione fondamentali cita Italo Calvino, in particolare le Lezioni americane, dove si legge: “La fantasia è come la marmellata, va messa su un pane solido per evitare il molle del banale”. Quel pane solido, per Galimberti, è la cultura, la conoscenza che rende lo sguardo più ampio e profondo.

Lontano dalla ricerca ossessiva del “nuovo a ogni costo”, Galimberti ha sempre preferito approfondire ciò che lo appassionava davvero. Un episodio emblematico fu il suo incontro con Bruno Munari nel 1991, a cui mostrò un ritratto realizzato appositamente. Quando Munari gli chiese se cercasse l’innovazione a tutti i costi, Galimberti rispose con semplicità: “No, io amo i futuristi”. Ed è proprio il Futurismo a rappresentare una delle radici più profonde della sua ricerca visiva.

Simbolica è l’esperienza del “battesimo futurista” ricevuto da Carlo Ludovico Bragaglia, regista e artista ultracentenario, cieco, ma ancora vibrante di spirito creativo. Dopo aver esplorato con le dita un ritratto che Galimberti gli aveva scattato, Bragaglia gli versò un bicchiere di whisky sulla testa esclamando: “Il battesimo futurista non si fa con l’acqua, ma col whisky!”. Un gesto simbolico, teatrale e liberatorio, che confermò al giovane fotografo di trovarsi sulla strada giusta: quella della libertà visiva, del dinamismo, del pensiero in movimento.

Lo stile di Galimberti si fonda sul punctum, il dettaglio che punge, che trattiene lo sguardo e la memoria, ma anche sull’istinto e sulla casualità. “Perché tutto deve essere pianificato? Lasciamoci andare”, afferma. Anche nei lavori più strutturati, Galimberti lascia spazio all’imprevisto. Ama citare Geoff Dyer che, scrivendo di Robert Frank, individua proprio nella casualità l’origine del progetto The Americans. E la Polaroid, con i suoi limiti, le sue imperfezioni e le sue sorprese, diventa il mezzo ideale per cogliere l’istante e trasformarlo in intuizione.

Il primo incontro con la fotografia istantanea risale al 1968, quando, a soli 12 anni, entrò alla Rinascente e vide una dimostrazione fotografica legata alla vendita di caffettiere Bialetti. “Io non voglio la caffettiera”, pensò, “voglio diventare il re della Polaroid”. Ma il vero cambio di rotta avvenne nel 1993, quando decise di lavorare esclusivamente con la Polaroid, abbandonando definitivamente la camera oscura, un ambiente per lui insopportabile perché legato a memorie dolorose dell’infanzia in orfanotrofio.

La consacrazione pubblica arrivò poco dopo, grazie alla collaborazione con la Mostra del Cinema di Venezia, dove Polaroid divenne partner ufficiale e Galimberti fu incaricato di ritrarre le star internazionali. I suoi ritratti venivano esposti al Palazzo del Cinema. Celebre la fotografia di Johnny Depp, scattata in condizioni difficili: il materiale fotografico era ridotto al minimo dopo un incidente del manager Polaroid, caduto nella laguna veneziana. Depp avrebbe dovuto indossare gli occhiali Moscot per contratto, ma Galimberti riuscì a convincerlo: “Metà con, metà senza. È perfetto così”. La foto fu notata dal fotografo Michael Putland, finì sulla copertina di Time Magazine e divenne un punto di svolta nella sua carriera.

Per Galimberti, il ritratto non è una semplice cattura dell’espressione, ma la rivelazione dell’interiorità. Si ispira a Henri Cartier-Bresson, e in particolare all’idea espressa dal filosofo Jean-Luc Nancy: cogliere il “silenzio interiore” di una persona, piuttosto che la maschera che offre al mondo. Questo principio guida anche il suo lavoro sull’architettura e sul paesaggio, in cui la decostruzione e la frammentazione dell’immagine diventano strumenti per restituire la complessità dell’esperienza visiva.

Formativo è stato per lui anche il mondo dei circoli fotografici. Nel 1978 fonda il Circolo Fotografico Immagine a Meda, poi si sposta a Seregno e frequenta quello di Como. "Lì ho capito che la mia idea era giusta. Era una palestra incredibile. Mi mancano le conversazioni, gli incontri. C’era un’energia che oggi si è un po’ persa". Proprio con il Circolo Fotografico di Como, Galimberti realizza la sua prima mostra: Carnevale di Venezia, ospitata negli spazi del Broletto di Como. Un'esperienza fondamentale che segna l’inizio del suo percorso espositivo.

Il gesto è centrale nella sua tecnica. “Non guardo neanche nella macchina. Vado a occhio. Il soggetto è fermo, sono io che gli giro intorno. È una gestualità, è corpo, è danza”. Questo approccio spontaneo e corporeo si ritrova anche nei suoi lavori più recenti, che uniscono tecniche digitali e analogiche, come i mosaici senza bordi bianchi: “È stata una liberazione. Sono diventato adulto. Non ho più bisogno di vedere la gabbia. Fino a cinque anni ho visto il mondo solo da dietro una finestra”. 

Nel ritratto di Taylor Swift, elaborato con l’app Blender e poi rifotografato con la Polaroid Giant Camera 50x60 crea un ponte tra linguaggi, epoche e generazioni. Anche nella rilettura del Cenacolo di Leonardo dimostra libertà creativa: stampa digitale e tecnica del transfer. La matrice che normalmente sarebbe un residuo tecnico diventa opera a sé, trasferita su carta da disegno e rielaborata con cura.

Oggi, a quasi settant’anni, Galimberti considera la sua fotografia un dialogo continuo con la memoria. “Ho così tanti libri che posso rifotografare ciò che esiste. È meraviglioso”, afferma. Un esempio di questo approccio è raccolto nel volume “La casa di Hilde”, realizzato per la FIAF: fotografie domestiche cariche di ricordi, rese contemporanee dall’incontro quotidiano con gli oggetti. Una sensibilità che ritrova anche in André Kertész e nel suo libro The Polaroids: “Dopo la morte della moglie, trovò conforto nella Polaroid SX-70 fotografando scorci intimi dalla finestra di casa a New York City”.

Ha esplorato il tema del ready made, insieme a Paolo Ludovici, nei volumi pubblicati da Skira Uno sguardo nel labirinto della storia e L’illusione di una storia senza futuro: fotografie d’archivio rielaborate con la sua cifra visiva, tra memoria e visione.

Galimberti non cerca la perfezione. Le sue immagini vogliono porre domande, non offrire risposte. “La vita non è perfetta. Neanche la mia fotografia lo è. E questa è la sua bellezza”. Come diceva Robert Doisneau: “Lasciamo passare l’imperfetto, che suscita il fattore emotivo”.

Alla fine, ciò che desidera davvero è semplice, ma potente: essere come Rita Pavone, con la sua sincerità, la sua vitalità, il coraggio di portare il tempo scritto in volto senza nasconderlo. La fotografia di Galimberti è questo: un atto di presenza, imperfetto, autentico, necessario.

Maurizio Galimberti

Maurizio Galimberti

Maurizio Galimberti (Como, 1956) è un fotografo italiano di fama internazionale. Appassionato di fotografia fin da giovane, ha iniziato la sua carriera lavorando con la pellicola analogica in bianco e nero, che nel 1983 ha abbandonato in favore della fotografia istantanea, destinata a diventare la sua cifra stilistica distintiva. Galimberti ha sviluppato una tecnica personale basata sull’accostamento di più immagini Polaroid, creando veri e propri mosaici fotografici. In queste composizioni si avvertono chiaramente le influenze di grandi maestri come Umberto Boccioni e Marcel Duchamp. Il soggetto viene scomposto e riassemblato in chiave tridimensionale, secondo un processo matematico e rigoroso che richiama l’armonia e la struttura di una composizione musicale. Al centro dei suoi mosaici compaiono sia celebri opere d’arte – tra cui la Vittoria Alata di Brescia, Il Cenacolo di Leonardo da Vinci e il Cappellone di San Nicola a Tolentino (Macerata) – sia volti iconici del mondo dello spettacolo, come Johnny Depp, Lady Gaga, George Clooney, Monica Bellucci e Robert De Niro. Nel corso della sua carriera ha collaborato con importanti aziende nei settori più diversi, tra cui Milan Calcio, Fiat Auto, Kerakoll, Jaeger-LeCoultre, Illy Caffè, Nokia, Lancia e Acqua di Parma. Le sue opere sono state oggetto di numerose pubblicazioni e sono state esposte in prestigiose istituzioni culturali italiane, tra cui la 57ª Biennale Arte di Venezia, il M9 - Museo del ’900 di Mestre, le Gallerie d’Italia di Milano, il Museo Muse di Trento, la Mole Antonelliana di Torino e il Palazzo Reale di Milano.