Il silenzio non è mai vuoto.
A Longarone ha il peso della montagna, della memoria, della tragedia del Vajont, una ferita che continua a parlare anche quando nessuno ascolta. È da lì che prende forma il percorso di Mauro De Bettio. Non da una scuola di fotografia, né da un sogno coltivato fin da ragazzo, ma da un’urgenza più profonda: la necessità di dire qualcosa, anche senza sapere ancora come.
«Sono cresciuto nel silenzio», racconta. «E a un certo punto ho capito che quel silenzio doveva diventare racconto».
Prima della fotografia ci sono stati la fabbrica, i lavori occasionali, una vita concreta, apparentemente lontana dall’arte. La fotografia arriva tardi, a trentacinque anni, nel momento in cui De Bettio comprende che osservare il mondo non è sufficiente: per capire davvero, bisogna attraversarlo. All’inizio sono paesaggi, animali, immagini prese da lontano. Un 400 mm come distanza di sicurezza, quasi una protezione. Poi, lentamente, qualcosa cambia. «Sono riuscito a fotografare davvero le persone solo quando me ne sono andato da Longarone».
La partenza non ha nulla di eroico, è fragile, necessaria. Londra diventa una prova generale: capire se è possibile stare lontani da casa, cavarsela, parlare con gli altri. Lavora come cameriere, osserva, ascolta. È lì che prende forma l’idea del viaggio come esperienza trasformativa. Subito dopo arriva l’India. Sei mesi. Nessuna ambizione fotografica, nessun progetto editoriale. Solo il desiderio di perdersi. «Le fotografie erano secondarie. Volevo che fosse il viaggio a guidarmi».
L’India diventa una costante, un ritorno ciclico. Ci tornerà quindici volte. Dalla seconda con una macchina fotografica “seria”, ma con lo stesso approccio: entrare in punta di piedi, senza pretendere nulla. A un certo punto matura una consapevolezza definitiva: viaggiare per fotografare, non il contrario. Raccontare storie di persone che hanno qualcosa da dire ma non hanno una voce per farlo. «È diventato un obbligo morale».
Angeli Nascosti nasce così, senza retorica. Bangladesh. Daulatdia. Il più grande bordello dell’Asia, un luogo che assomiglia a una città ma funziona come una prigione. Migliaia di donne, moltissime minorenni, vendute dalle famiglie con la speranza – disperata – di offrire loro una prospettiva migliore. Entrare è difficilissimo. Restare, ancora di più. «Non è solo un bordello. È un sistema chiuso, autosufficiente, pensato per non far uscire nessuno». De Bettio non forza l’ingresso, non ruba immagini. Aspetta, si lascia osservare. Alcune ragazze sono diffidenti, altre curiose. Gli chiedono del mondo fuori, di una vita che immaginano ma che probabilmente non conosceranno mai.
In Nigeria incontra Hope. Ha ventitré anni e una storia che sembra impossibile da sostenere: rapita, trasportata per oltre trenta giorni, rinchiusa in Libia, vittima di violenze sistematiche, testimone di corpi venduti, bambini che muoiono di fame, torture quotidiane. Poi la fuga, il ritorno a casa, una gravidanza. Hope non si definisce vittima. Decide di fare ciò che nessuno ha fatto per lei: accogliere. Prende con sé bambini nati dalle stesse violenze che ha subito e apre un orfanotrofio. De Bettio non resta a guardare. «Fotografare non bastava più». «A un certo punto smetti di chiederti se devi fare una foto. Ti chiedi cosa devi fare come uomo». Nasce così una fondazione, una struttura reale. Le immagini diventano parte di qualcosa di più grande: un’azione concreta.
Con Sweet Gold, in Nepal, il limite diventa fisico. Tre settimane di viaggio per raggiungere un villaggio isolato. Cinquemila metri di altitudine. Grotte, freddo, fame. La caccia al miele himalayano, prodotto da api gigantesche potenzialmente letali. Arriva in cima, resiste, documenta tutto. Alla domanda se lo rifarebbe, la risposta è secca: «No». È una risposta rara, disarmante. Qui De Bettio non costruisce il mito dell’avventuriero: riconosce i suoi limiti che sono parte del racconto.
A Manila realizza Rinchiusi nel limbo, entrando in una prigione sovraffollata, figlia diretta della guerra alla droga di Duterte, iniziata nel 2016 e durata diversi anni tra blitz, scontri e guerre tra bande. Quasi duecento uomini stipati in una sola cella, tutti della stessa gang Sputnik. Per entrare deve diventare uno di loro: partite di basket, docce condivise, percosse rituali, un tatuaggio. «Non potevo fotografarli se non ero disposto a stare alle loro regole». Fuori dal carcere, un’altra realtà invisibile: famiglie che vivono nei cimiteri, bambini cresciuti tra le tombe, sospesi tra morte e attesa.
A Nairobi, arrestato durante un progetto sul traffico di avorio, incontra i bambini di strada. Migliaia. Invisibili. Fame, violenza, droghe. Tutto cambia. «I soldi del progetto non potevano andare altrove. Dovevano andare lì». Nasce la Malaika Foundation, che da quattro anni sostiene oltre duecento bambini. Con Nowhere But Here De Bettio decide di raccontare questa realtà. Vive con loro per due settimane. Non è pronto, non lo è mai davvero, ma lo fa. «Questo progetto mi ha distrutto emotivamente». E forse proprio per questo era necessario
Oggi De Bettio vive anche organizzando viaggi fotografici. Pochi partecipanti, luoghi complessi, nessun turismo dell’orrore. Insegna fotografia, ma soprattutto insegna a costruire uno sguardo, un’etica, una responsabilità. «Non mi interessa creare fotografi. Mi interessa creare persone consapevoli».
Alla fine dell’incontro resta una sensazione netta: Mauro De Bettio non fotografa per mostrare il mondo, ma per entrarci. E quando ne esce, non è mai la stessa persona. Le sue immagini non chiedono compassione. Chiedono presenza, tempo, responsabilità. E soprattutto una cosa rara: il coraggio di guardare dove tutti distolgono lo sguardo.

